No, non è quello "facile" di Unicredit, ma sono io che mi trasferisco di Blog e vado an belle che qui:
http://pensieriavanvara.blogspot.com/
Mi pare meglio, più facile e gradevole.
Voi, sintonizzatevi sul nuovo Blog o vi spacco la faccia.
Grazie per la comprensione :-)
Mi rifaccio al post precedente e vi invito ad andare sul Blog di Votantonio (qui) che ringrazio per la sua analisi precisa e lucida :-)
Da Repubblica di oggi :
Berlusconi chiede "perizie psichiatriche sui pm" e attesta che il Pd è "l'ultimo trasformismo del partito comunista". Ma la vera perla della giornata è un'altra: "Il fattore Vittorio Mangano (ergastolo per mafia e addetto alle scuderie di casa Berlusconi ndr) è un eroe", parola di Marcello Dell'Utri, senatore uscente, candidato e condannato per tentata estorsione. Che già che c'è se la prende anche con i professionisti dell'antimafia e con i libri di storia, tutti "da rivedere".
Condannati e prescritti che sproloquiano, fanno comunella affettiva con mafiosi e ritengono i magistrati come una classe di pazzoidi in libertà ...
Che dire ? Viva l'Italia ...
Da Repubblica di oggi :
Berlusconi chiede "perizie psichiatriche sui pm" e attesta che il Pd è "l'ultimo trasformismo del partito comunista". Ma la vera perla della giornata è un'altra: "Il fattore Vittorio Mangano (ergastolo per mafia e addetto alle scuderie di casa Berlusconi ndr) è un eroe", parola di Marcello Dell'Utri, senatore uscente, candidato e condannato per tentata estorsione. Che già che c'è se la prende anche con i professionisti dell'antimafia e con i libri di storia, tutti "da rivedere".
Condannati e prescritti che sproloquiano, fanno comunella affettiva con mafiosi e ritengono i magistrati come una classe di pazzoidi in libertà ...
Che dire ? Viva l'Italia ...
Son passate alcune ore dall'ultima smentita del piccolo cavaliere del lavoro, che ne è già arrivata un'altra.
Adesso non è vero che ha detto che Bossi è malato.
Quella prima era che non era vero che aveva detto che non bisogna pagare le tasse.
Quella prima ancora era forse la cordata di aziende italiane interessate ad Alitalia.
Se le elenchiamo tutte, andando a ritroso, penso si possa raggiungere il tempo in cui Mosè apriva le acque ...
Questo è quello che si fa nel paese delle Olimpiadi 2008.
Uccisioni di stato anche per ragazzine (attenzione, immagini violenti).
Silvietttttto .. la cordata, tira la fuori la cordata che sennò pare che sei bugiardo !!!
Su dai, non autosmentirti per la 543sima volta ...
Se qualcuno ha visto la famigerata cordata Italiana per l'Alitalia, è pregato di comunicarlo a Silvietto da Arcore.
Grazie e distini saluti.
Mi trovo in larga misura d'accordo.
Qui sotto un pezzo del buon Travaglio tratto dal Blog di Gattomammone.
Con Di Pietro, per fare i guastafeste
di Marco Travaglio
(Da MicroMega n°2/2008, in edicola dal 25 marzo 2008).
Due anni fa votai per l’Italia dei Valori, soprattutto perché nel
mio Piemonte candidava Franca Rame, persona straordinaria che sono
felice di aver contribuito a mandare al Senato. Credo proprio che anche
stavolta tornerò a votare per il partito di Antonio Di Pietro. Conosco
le obiezioni dei critici: la gestione padronale e personalistica del
partito, da cui molti si sono allontanati; la caduta di stile di far
prendere al partito una sede in affitto in uno stabile di proprietà
dello stesso Di Pietro; la candidatura di personaggi come Sergio De
Gregorio e Federica Rossi Gasparrini, puntualmente usciti dall’Idv dopo
pochi mesi dall’elezione; l’adesione di Di Pietro, come ministro delle
Infrastrutture, al progetto del Tav per le merci in Valsusa (sia pure
dialogando con le popolazioni e discutendo di un possibile nuovo
tracciato, alternativo al famigerato «buco» da 54 km a Venaus); la
decisione di non chiudere la società Stretto di Messina, pur con la
contrarietà ribadita al progetto del ponte; il no alla commissione
parlamentare d’inchiesta sui fatti del G8 (secondo me sacrosanto, visto
che le commissioni parlamentari in Italia servono a confondere le acque
e a ostacolare le indagini della magistratura; ma maldestramente
motivato con la richiesta di indagare anche sulle violenze dei black
bloc, quasi che il parlamento dovesse occuparsi dei reati dei cittadini
comuni). Per essere chiari: voterei molto più volentieri per un Einaudi
o un De Gasperi redivivi. Ma, in attesa che rinasca qualcuno di simile
e riesca a entrare in politica, penso che l’astensione – da cui sono
stato a lungo tentato – finisca col fare il gioco della casta, anzi
della cosca. Il non voto, anche se massiccio, non viene tenuto in
minimo conto dalla partitocrazia: anche se gli elettori fossero tre in
tutto, i partiti se li spartirebbero in percentuale per stabilire
vincitori e vinti. E infischiandosene degli assenti, che alla fine
hanno sempre torto. Dunque penso che si debba essere realisti, votando
non il «meno peggio», ma ciò che si sente meno lontano dai propri
desideri.
A convincermi a votare per l’Idv sono le liste che ha presentato Di
Pietro, che ospitano diverse persone di valore, alcune delle quali sono
amici miei, di MicroMega, dei girotondi e di chi ha combattuto in
questi anni le battaglie per la legalità e la libertà d’informazione.
Ne cito alcuni.
C’è Beppe Giulietti, animatore dell’associazione Articolo 21 contro
ogni censura ed epurazione, dunque scaricato dal Pd che gli ha
preferito addirittura Marco Follini, ex segretario dell’Udc ed ex
vicepremier di Berlusconi, come responsabile per l’Informazione: quel
Follini che ha votato tutte le leggi vergogna, compresa la Gasparri che
è il principale ostacolo alla libertà d’informazione. C’è Pancho Pardi,
che ho incontrato la prima volta al Palavobis, poi in tutti i girotondi
e che mi auguro di reincontrare quando – se, come temo, rivincerà
Berlusconi – ci toccherà tornare in piazza. C’è la baronessa Teresa
Cordopatri, simbolo della lotta alla ’ndrangheta in Calabria. C’è, a
Napoli, un sindaco anticamorra come Franco Barbato, che ha militato nel
progetto di lista civica nazionale insieme a tanti altri amici. C’è
Leoluca Orlando, che in quanto ad antimafia non teme confronti. Non ci
sono, in compenso, alcuni personaggi discutibili che si erano
avvicinati all’Idv, e che sono stati respinti o non ricandidati. E poi
ci sarebbero anche Beppe Lumia e Nando Dalla Chiesa, ai quali Di Pietro
aveva offerto un posto nella sua lista in Sicilia dopo l’estromissione
(nel primo caso provvisoria, nel secondo definitiva) da quelle del Pd,
che in compenso ospitano elementi come Mirello Crisafulli, l’amico del
boss di Enna: alla fine, grazie anche all’Idv, Lumia è rientrato nel
Pd, mentre Nando ha rispettabilmente deciso di declinare l’offerta. E
poi c’è Di Pietro che, pur con tutti i suoi difetti, ha saputo
pronunciare – da ministro e da leader di partito – una serie di «no»
molto pesanti contro le vergogne del centro-sinistra. No all’indulto
extralarge salva-Previti, salva-furbetti, salva-corrotti e
salva-mafiosi. No al segreto di Stato e al ricorso alla Consulta sul
sequestro Abu Omar contro i giudici di Milano. No alla depenalizzazione
strisciante della bancarotta tentata da qualche ministro furbetto. No
agli attacchi contro De Magistris e Forleo. No al salvataggio di
Previti alla Camera (il deputato Idv Belisario, per un anno e mezzo, è
stato il solo con il Pdci a chiedere la cacciata del pregiudicato
berlusconiano, mentre gli altri facevano i pesci in barile). No al
salvataggio di D’Alema e Latorre da parte della giunta per le
autorizzazioni a procedere della Camera (lì il dipietrista Palomba s’è
pronunciato per autorizzare le intercettazioni Unipol-Antonveneta-Rcs,
senza se e senza ma). No all’inciucio mastelliano sulla controriforma
dell’ordinamento giudiziario e a tutte le altre porcate del cosiddetto
ministro della Giustizia ceppalonico.
No all’inciucio in commissione Affari costituzionali per la
legge-truffa di Franceschini e Violante sul conflitto d’interessi
(anche qui, solo il Pdci con Licandro e l’allora Ds Giulietti han
tenuto botta con l’Idv). No alla limitazione delle intercettazioni
telefoniche e no – dopo un’iniziale esitazione alla Camera – alla
legge-bavaglio di Mastella & C. contro la pubblicazione delle
intercettazioni e degli altri atti d’indagine fino al processo. No
all’aumento del finanziamento pubblico dei partiti e al colpo di mano
tentato in tal senso dai tesorieri di tutti i partiti (tranne quelli
dell’Idv, Silvana Mura, e della Rosa nel pugno, Fabrizio Turco). No al
comma Fuda che assicurava la prescrizione agli amministratori pubblici
indagati dalla Corte dei conti per infrazioni contabili.
Come ministro delle Infrastrutture, poi, Di Pietro ha bonificato quel
lombrosario che era prima il vertice dell’Anas, cacciando gli inquisiti
e i condannati e denunciando i responsabili di certi ammanchi. Ha
razionalizzato la miriade di progetti faraonici ereditati da Lunardi,
concentrando le poche risorse disponibili su alcune opere davvero
necessarie. E, in campagna elettorale, è stato il solo a dire papale
papale che Rete 4 deve andare sul satellite e che bisogna applicare
immediatamente la sentenza dell’Alta Corte di Giustizia europea di
Lussemburgo che, dichiarando illegittime le proroghe concesse a
Mediaset dal 1999, privano da nove anni Europa 7 di Francesco Di
Stefano delle frequenze necessarie per trasmettere. Infine, last but
not least: sia che vinca Berlusconi sia che Pdl e Pd arrivino al
pareggio e magari tentino un bel governissimo di larghe intese, mi
auguro che arrivi in parlamento una pattuglia di guastatori capaci di
fare opposizione con fermezza e competenza sui due temi cruciali, la
libertà d’informazione e la giustizia uguale per tutti. Di gente così
ce n’era anche nel Pd, ma è stata scientificamente eliminata con una
specie di pulizia etnica. Ricordiamoci quel che accadde nel 2001,
quando l’Idv mancò il quorum per un soffio: l’unica vera opposizione al
regime berlusconiano non era in parlamento (a parte i cani sciolti alla
Dalla Chiesa e alla De Zulueta, ora scomparsi dalle liste), ma in
piazza. Se stavolta entrano in parlamento Di Pietro, Orlando, Pardi,
Giulietti, Cordopatri, Mura e qualcun altro come loro, è meglio per
tutti.
Il pezzo è lungo ma merita sicuramente una lettura.
Tratto dal Blog di Federico Rampini, inviato a Pechino per "La Repubblica".
Tibet e diritti umani, perche` siamo cauti con la Cina
Su un piatto della bilancia c’è il Dalai Lama e la sorte di sei milioni di tibetani. Sull’altro piatto ci sono 1.600 miliardi di dollari, il più ricco “tesoro di guerra” mai accumulato da una banca centrale: le riserve valutarie ufficiali di Pechino. Questa è l’equazione impossibile che i governanti occidentali hanno in mente quando si affaccia all’orizzonte l’ipotesi di boicottare le Olimpiadi di Pechino. Non sono tanto i Giochi, il problema. Un escamotage diplomatico si può sempre trovare: per esempio l’assenza dei massimi leader occidentali dalla tribuna d’onore durante la cerimonia d’apertura l’8 agosto. Un piccolo schiaffo al presidente Hu Jintao, colpevole di aver scatenato una repressione feroce contro le proteste dei tibetani. Ma del vero boicottaggio dei Giochi nessuno vuol parlare. Prescindiamo pure dalla discussione sulla utilita` di un boicottaggio (io credo che sarebbe controproducente anche per le reazioni nazionaliste che susciterebbe nel popolo cinese). La questione non si pone neppure, com’e` evidente in queste ore dal dibattito al vertice europeo. Il timore è che un gesto di rottura così spettacolare – che neanche la censura televisiva di Pechino riuscirebbe a occultare – possa segnare l’inizio di una escalation di ostilità, un rapido degrado delle relazioni tra l’Occidente e la Cina, il precipitare verso una nuova guerra fredda. Molto diversa dal confronto con l’Unione sovietica. Mosca a quei tempi aveva un formidabile deterrente nucleare, ogive atomiche puntate contro l’America e contro l’Europa. Di che distruggere il pianeta in pochi minuti. Ma il prezzo da pagare era altissimo anche per il Cremlino: la distruzione reciproca assicurata. La Cina possiede anche armi atomiche e una tecnologia bellica sofisticata in rapida crescita; ma il suo deterrente più concreto, più attuale e più temuto è un altro. Mentre l’Urss era un colosso militare e un nano economico, Hu Jintao e la sua generazione di “nipoti di Mao Zedong” hanno accumulato un arsenale ben più adatto al XXI secolo. E’ prima di tutto un arsenale finanziario, da guerra dell’economia globale. Quei 1.600 miliardi di dollari sono il risultato di anni di attivi commerciali record messi a segno dalla Repubblica popolare nel suo interscambio con l’America e l’Unione europea. Che esista questa immensa ricchezza custodita nei forzieri della banca centrale di Pechino, ormai è un dato noto. Ma il suo significato reale, le conseguenze potenziali, sfuggono ancora a molti. Un altro modo per illustrare questa realtà, è ricordare che nel corso dell’ultimo decennio in media ogni cittadino degli Stati Uniti ha preso in prestito – letteralmente – 4.000 dollari da un cittadino cinese. E che gli abitanti della nazione più popolosa del pianeta hanno consumato solo metà della ricchezza che producono, per permettere a noi di mantenere il nostro tenore di vita. Tutti questi paradossi si riassumono in una gigantesca anomalia: la Cina, che a tutti gli effetti si deve ancora considerare come una superpotenza “emergente”, da molti anni trasferisce capitali a paesi più ricchi di lei, i paesi di più antica industrializzazione. In particolare, trasferisce fondi all’America. E’ una situazione che, in queste proporzioni e a questi livelli, non ha precedenti nella storia dell’umanità. (Molti paesi emergenti in passato erano semmai bisognosi di investimenti, non esportatori di capitali). In questa anomalia è racchiusa una grande fragilità dell’economia globale, il germe di una crisi destabilizzante. Una catastrofe che nessuno vuole e che rende i nostri governi molto prudenti nelle relazioni con Pechino. Anche quando sentono montare l’indignazione dell’opinione pubblica occidentale per gli abusi contro i diritti umani, come nel caso del Tibet. Quanto sia labile l’equilibrio su cui si regge la finanza globale, lo ricordano due episodi minori accaduti negli scorsi mesi (e già dimenticati dai non addetti ai lavori). Il primo fu una dichiarazione di un economista cinese semisconosciuto, un certo He Fan che lavora come ricoercatore all’Accademia delle Scienze sociali di Pechino. In un articolo pubblicato sul quotidiano China Daily He Fan accennò che se il dollaro continua a predere valore, la Cina potrebbe spostare le proprie riserve convertendone una parte in altre monete come l’euro. Un’osservazione banale e di buonsenso, ma con un risvolto terrificante: i mercati quel giorno reagirono con un accesso di panico e il dollaro segnò uno dei suoi capitomboli-record verso l’euro. Qualche tempo dopo fu un vecchio arnese della nomenklatura comunista, Cheng Sinwei, a riprendere la stessa argomentazione dell’economista: immediatamente il dollaro ebbe una nuova caduta, nonostante che Cheng Sinwei non abbia alcuna responsabilità di politica economica a Pechino e sia un illustre sconosciuto nel resto del mondo. Due personaggi minori, ma ambedue avevano toccato un nervo scoperto: donde la reazione isterica dei mercati. Per il momento il governo del premier Wen Jiabao e la banca centrale cinese non hanno iniziato a disinvestire i loro dollari. La Repubblica popolare continua a tesorizzare circa il 65% delle sue riserve valutarie (che crescono al ritmo di un miliardo di dollari al giorno) nella moneta degli Stati Uniti. E per lo più lo fa investendo in Treasury Bonds, i BoT emessi da Washington. Ma gli americani si rendono conto che questa situazione è al tempo stesso eccezionale, e come tale anche precaria. “Non si è mai visto – ha scritto su The Atlantic il celebre opinionista James Fallows – un paese giovane, dinamico e in crescita, che è disposto a non utilizzare mille miliardi di dollari per prestarli invece a un paese maturo e già ricco”. Più drammatico, l’economista di Harvard ed ex ministro del Tesoro di Bill Clinton, Larry Summers, ha definito la situazione attuale dell’economia globale come “l’equilibrio del terrore finanziario”, con un’allusione all’equilibrio del terrore nucleare che caratterizzò il confronto Usa-Urss. La realtà è che la Cina sta rinunciando a investire in casa propria quei 1.600 miliardi di riserve valutarie che potrebbero servire (a scelta): ad aumentare i suoi salari e i suoi consumi interni; a migliorare scuole e ospedali; a costruire un Welfare State, un sistema pensionistico e di sicurezza sociale. Invece usa gran parte di quelle immense ricchezze per (nell’ordine): consentire al Tesoro Usa di spendere più di quello che incassa; finanziare indirettamente anche la guerra in Iraq; consentire ai consumatori americani di vivere al di sopra dei propri mezzi, consumando più di quel che guadagnano e pagando relativamente poche tasse. Non è soltanto l’America ad essere beneficiata dalla generosità dello “zio cinese”. Noi europei, che giustamente ci lamentiamo per i danni alla nostra competitività provocati dall’euro forte, non abbiamo capito che le cose potrebbero andare molto peggio. Proviamo a immaginare cosa succederà il giorno in cui, davvero, Pechino comincerà a disfarsi dei suoi dollari e diversificherà le riserve valutarie in monete più sicure. L’euro schizzerà al rialzo a livelli stratosferici rispetto a quelli attuali, con effetti ancora più disastrosi per le nostre esportazioni. La Federal Reserve, per arginare il panico e la fuga generalizzata dal dollaro, dovrà alzare i tassi d’interesse peggiorando la recessione americana. Naturalmente in questo scenario anche i cinesi rischiano di perderci qualcosa: un’America in preda a una crisi storica, tipo Grande Depressione del 1929, comprerebbe molto meno i prodotti made in China. L’equilibrio del terrore finanziario, con l’incubo della “distruzione reciproca”, può rivelarsi precario ma stabile proprio come il suo equivalente nucleare tra Usa e Urss. Ma nessuno, nei palazzi del potere in Occidente, ha voglia di verificare fin dove arriva la pazienza cinese. Pechino potrebbe cominciare a pentirsi di quei “salvataggi” di banche occidentali compiuti dai fondi sovrani cinesi, che non si sono necessariamente rivelati dei buoni investimenti. Una parte dell’opinione pubblica cinese potrebbe aprire gli occhi di fronte al travaso di ricchezza nazionale che viene investita nei mercati finanziari dei paesi ricchi anziché in scuole, ospedali. Nessuno in Occidente vuol essere il primo a premere sul grilletto di una escalation di ostilità e rappresaglie. In una situazione simile perfino un “innocuo” boicottaggio delle Olimpiadi viene considerato con estrema cautela. E le proteste simboliche degli attivisti umanitari contro il percorso della fiaccola olimpica, se scatenano reazioni furibonde nel regime autoritario di Pechino, suscitano qualche brivido anche nelle diplomazie dei paesi liberaldemocratici. Non si sa mai che si ripeta una Sarajevo: il celebre attentato all’arciduca che innescò una spirale di reazioni e controreazioni fino alla prima guerra mondiale. Nel XXI secolo la nuova Sarajevo sarebbe l’inizio di un conflitto economico con la Cina che sprofonderebbe la globalizzazione in un’èra glaciale.